6 gli arrestati, 19 gli indagati. Sono i numeri dell’operazione “Terra di Confine” che accende nuovamente i riflettori sulla piaga del caporalato nel Tarantino e nel Materano, coinvolgendo numerose aziende agricole del territorio.
Dagli alloggi fatiscenti in locali sotterranei e in strutture di fortuna, passando per paghe da fame senza regolari contratti, fino a turni di lavoro interminabili. Questi i contorni di un incubo vissuto da decine e decine di braccianti stranieri, la maggior parte proveniente dall’Africa. Incubo cominciato già durante il viaggio dalla propria terra d’origine: secondo gli investigatori, molti dei braccianti avrebbero patito violenze e maltrattamenti già durante il percorso che li avrebbe condotti in Italia, organizzato dalla stessa associazione criminale oggi smentallata dalle forze dell’ordine.
Le indagini coordinate dalla Procura di Taranto hanno preso avvio nel 2023 e sono culminate negli arresti odierni effettuati dai Carabinieri con il supporto di un elicottero del Nucleo di Bari-Palese. Proprio gli investigatori hanno accesso i riflettori su due soggetti coinvolti nelle operazioni. Si tratta del promotore ed organizzatore del sistema di caporalato e di un ex carabiniere in congedo. Il primo si occupava di tutta la “filiera logistica”: dal reclutamento dei lavoratori in condizioni di estremo bisogno economico, fino al trasporto verso gli alloggi e le aziende agricole con una flotta di mezzi a sua disposizione. Il suo ruolo di “mente” è stato confermato anche da alcune intercettazioni telefoniche: in seguito ad un infortunio sul lavoro di uno dei braccianti, avrebbe affermato «Finché arrivo là quello è morto, buttatelo da qualche parte». Il carabiniere in congedo, invece, avrebbe avuto rapporti personali con il principale indagato fornendogli informazioni relative a controlli o attività d’interesse delle forze dell’ordine.
Sistema di intermediazione illecita, sfruttamento della manodopera nel settore agricolo, corruzione, falso e truffa a danno dello Stato. Sono solo alcune delle ipotesi di reato avanzate dal pubblico ministero e a cui i “caporali” dovranno adesso rispondere.
Nicola di Chio


































